Foto di Fatima Calabrese - Lotzorai (OG) 2011

Capitolo quarto - IL BAR L'INCONTRO

Quella domenica sera non aveva proprio voglia di restare in casa. Sudava, ma non per il caldo e i respiri si facevano sempre più rapidi e vicini, senza però darle alcun sollievo. Da qualche parte nel cervello se ne stava rannicchiata la grande paura, ogni passo doveva essere preciso per non risvegliarla e ritrovarsi un'altra volta intrappolata nell'invisibile prigione del panico. Solo chi ha vissuto questa esperienza in prima persona può capire ed essere solidale con un malato di mente. Lei lo era. 
Il confine tra normalità e follia si sa, non è né chiaro né stabile e fin da piccola l'aveva varcato diverse volte, del tutto da sola e del tutto incompresa, ma ci fu una volta e non era più una bambina, in cui le porte della pazzia le si spalancarono completamente. Murata viva nella sua mente, ogni parte della realtà le sembrava frutto di un incubo, agognando la morte pur di sfuggire al vortice  convulso dei fantasmi che le parlavano dicendo di essere persone, come in un sogno dentro al sogno dentro ad un sogno ancora. 

Viste le avvisaglie, prima di uscire di casa mise dunque nella borsa la boccetta di Lexotan  insieme al Rescue Remedy dei fiori di Bach: lei era così, una contraddizione vivente. 
Mentre scendeva i gradini di marmo rosa qualche petalo di geranio si attaccò alla leggera gonna lilla che le la sciava libere buona parte delle lunghe gambe; quei piccoli cuori rossi spiccavano come gocce di sangue sulla neve. Attraversò il giardino e quando fu sul cancello prese il telefono dalla borsa:

- Ciao...
Dall'altro capo rispose una voce di donna, squillante e leggermente stridula.
- Ehilaaaa! Allora è vero che chi non muore si  risente! Stavo proprio finendo di sistemare la tua immaginetta tra le foto dei miei cari defunti...
- Ma quanto sei scema...ci vediamo stasera?
- Tutto bene?
- Certo - mentì - Sono sola e non ho voglia di squagliarmi in quel divano stasera.
- Guarda, anche se è domenica oggi non ho fatto che correre, ho dovuto accompagnare mio fratello all'aeroporto, il cane mi ha pisciato la camera da letto, uno schifo, qui si soffoca dalla puzza di ammoniaca, non ho ancora terminato di sistemare, prima delle otto non ce la faccio proprio, anche perchè...
- Va bene - disse interrompendo quel fiume in piena - sono all'Incontro, viene quando vuoi, ciao.

Era un grazioso locale a metà circa del lungo mare, tutto in legno chiaro e fiori. Era molto frequentato e non solo d'estate. La vista da lì era assolutamente da togliere il fiato: quella turchese immensità d'acqua si agitava senza sosta sotto un cielo benevolo che l'accarezzava con nuvole di pesca. Sulla destra il promontorio pareva una mano che spingeva giù le rocce e poi gli scogli come piccoli ricci che rotolano su una duna.
Osservando il panorama come fosse la prima volta si sistemò nella seconda  veranda, quella meno frequentata perchè troppo ventilata.
Mentre il cameriere si avvicinava per prendere l'ordinazione una raffica di vento trasformò i rossi capelli in un'impropria frusta per quegli occhi nocciola.
- Accidenti! - esclamò.
- Aspetti, le do qualcosa - si apprestò a dire il ragazzo porgendole un fazzoletto e mentre cercava di sistemarlo al meglio prima di darglielo si smarrì per un attimo nella scollatura del vestito, che anche senza volerlo lasciava intravedere morbidi sentieri che portavano chissà dove.
-Grazie, molto gentile - disse lei con un sorriso compiaciuto, a quel ragazzo poco più che ventenne che era riuscita a turbare nonostante la notevole differenza d'età.
Quella piccola distrazione la portò lontana dalla sua ansia e poté godersi così l'umido soffio del mare,  che cominciava a parlargli.  Con lo sguardo spinto nel punto più lontano dell'orizzonte inspirò profondamente, ed erano respiri profondi e lenti adesso. Il rumore delle onde stanche della sera erano parole di sale che sapevano di nostalgia, di cose perse, di sorrisi di sabbia sbiaditi e confusi nella spuma del ricordo.


Ripensò all'ultima volta in cui era stata lì, non da sola e non con suo marito. Una fitta la trafisse e quasi le sembrò di risentire le note legnose del profumo che l'aveva preceduto, sfumato su quella chiara camicia leggera dentro la quale lui si era incarnato all'improvviso...









3 commenti:

  1. ho sentito ogni più piccola sensazione, riga dopo riga..
    Nero..

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    Risposte
    1. Sono felice, anzi felicissima che qualcuno l'abbia letto!
      Ciao

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  2. ...io le le sono riservate per questa notte...peccato che non vi sia il continuo..abbraccio cara amica...:-)

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CIAO, DIMMI A COSA PENSI...◕‿◕

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